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Bonus R&S: attività di ricerca e sviluppo commissionata da socio statunitense

È possibile beneficiare del credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo, in relazione ai costi sostenuti dall’impresa italiana (o dalla stabile organizzazione) per l’attività di ricerca effettuata su commissione del socio unico statunitense (Agenzia delle Entrate – Principio di diritto n. 15/2018)

DISCIPLINA AGEVOLATIVA
In base alla disciplina agevolativa del credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo (cd. “bonus R&S”), a tutte le imprese italiane e alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di imprese estere, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano nonché dal regime contabile adottato, che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020, è riconosciuto un credito di imposta per investimenti, in misura pari al 50 per cento delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello di prima applicazione dell’agevolazione.
Il “bonus R&S” è riconosciuto anche alle imprese residenti o alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti che eseguono le attività di ricerca e sviluppo su commissione di imprese residenti o localizzate in altri Stati membri dell’Unione europea, negli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico europeo ovvero in Stati compresi nell’elenco degli Stati con i quali è attuabile lo scambio di informazioni secondo le convenzioni contro le doppie imposizioni sul reddito (cd. “white list”).

CHIARIMENTI DELL’AGENZIA
In merito all’attività di ricerca e sviluppo eseguita da imprese residenti per committenti esteri, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il soggetto commissionario residente viene ad essere equiparato, ai fini dell’agevolazione, al soggetto residente che effettua investimenti in attività di ricerca e sviluppo e, conseguentemente, ai fini della determinazione del beneficio spettante, non assume rilievo il corrispettivo contrattuale pattuito con il committente estero, ma la somma delle singole voci di spesa, analiticamente documentate, appartenenti alle categorie di costi ammissibili all’agevolazione, che rileveranno nel periodo di imposta del loro effettivo sostenimento, e non già in quello di completamento della commessa o dello stato di avanzamento della stessa.
E ciò deve ritenersi applicabile anche nell’ipotesi in cui il contratto sia stipulato con una parte correlata (ad esempio, tra la società capo gruppo estera e la società controllata italiana dedita alle attività di ricerca e sviluppo), nonché nel caso in cui le spese agevolabili siano sostenute da una stabile organizzazione in Italia in esecuzione degli accordi intercorrenti con la casa madre estera.

PRINCIPIO DI DIRITTO
In virtù dei suddetti chiarimenti, dunque, è possibile affermare il principio di diritto secondo cui, il “bonus R&S” spetta anche in relazione alle spese ammissibili all’agevolazione sostenute per l’attività di ricerca e sviluppo commissionata a società residente in Italia da società estera statunitense, che è socio unico della società commissionaria e alla quale la società commissionaria riaddebita i costi della suddetta attività di ricerca.
Tuttavia, occorre tenere presente che a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 14 luglio 2018 non si considerano ammissibili al beneficio i costi sostenuti per l’acquisto, anche in licenza d’uso, dei beni immateriali (competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale) derivanti da operazioni intercorse con imprese appartenenti al medesimo gruppo.

Licenziamento collettivo, la funzione della comunicazione di apertura della procedura

Il rapporto tra comunicazione di apertura della procedura di licenziamento collettivo e successiva individuazione dell’ambito interessato alla selezione dei lavoratori da licenziare non è di stretta e rigorosa corrispondenza, allorché la funzione della prima è diretta all’individuazione dell’ambito in cui è emersa la necessità della riduzione, ma non alla concreta applicazione della stessa, per la quale occorrerà guardare l’intero complesso aziendale

Una Corte di appello territoriale, accogliendo il reclamo avverso la decisione del Tribunale di prime cure, proposto da alcuni lavoratori nei confronti del proprio ex datore di lavoro, aveva dichiarato la nullità dei licenziamenti a loro intimati, condannando il medesimo a reintegrare i dipendenti nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno, oltre accessori e regolarizzazione previdenziale. La Corte di appello aveva ritenuto illegittimo il licenziamento collettivo in cui erano ricompresi i lavoratori, perché il criterio di scelta convenzionale dei dipendenti da licenziare non era coerente con la situazione di eccedenza individuata dalla società datrice di lavoro nella iniziale comunicazione di inizio della procedura collettiva e dalla stessa posta a fondamento della scelta adottata. In particolare, il giudice aveva valutato la non corrispondenza tra l’area della crisi in origine individuata ed i criteri di scelta applicati trasversalmente a tutto il personale, pur in assenza di una accertata fungibilità dei singoli lavoratori.
Avverso detta decisione il datore di lavoro propone così ricorso, lamentando la falsa applicazione degli articoli 4 e 5 della L. n. 223/1991.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo rappresenta una cadenza essenziale per la proficua partecipazione alla cogestione della crisi da parte del sindacato e per la trasparenza del processo decisionale del datore di lavoro; dunque, la sua funzione è di garanzia della trasparenza del procedimento e delle ragioni di apertura del medesimo da parte dell’azienda. Con riguardo poi all’ambito aziendale, il riferimento alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale, comporta che la riduzione del personale deve, in linea generale, investire l’intero ambito aziendale, ma ben potendo essere limitata a specifici rami d’azienda se caratterizzati da autonomia e specificità delle professionalità utilizzate, non fungibili rispetto alle altre.
Orbene, i principi esposti chiariscono come il rapporto tra comunicazione iniziale di apertura del procedimento e successiva individuazione dell’ambito interessato alla selezione dei lavoratori da licenziare non è di stretta e rigorosa corrispondenza, allorché la funzione della prima è diretta all’individuazione dell’ambito in cui è emersa la necessità della riduzione, ma non alla concreta applicazione della stessa, per la quale occorrerà guardare l’intero complesso aziendale, e ciò anche se il criterio di selezione individuato sia quello della maggiore vicinanza al pensionamento.

ACE: conferimenti provenienti da soggetti white listed

Per le imprese che rafforzano la propria struttura patrimoniale mediante conferimenti di soggetti residenti in un territorio white listed è prevista la disapplicazione della disciplina antielusiva (Agenzia Entrate – principio di diritto n. 14/2018).

Per ottenere la disapplicazione della disciplina antielusiva, il contribuente è tenuto a fornire tutte le informazioni atte a dimostrare, in modo inequivocabile, che i conferimenti ricevuti provengono, in ultima istanza, da un soggetto residente in un territorio white listed e che siano assenti fenomeni di duplicazione dell’agevolazione.
In tal caso il contribuente che anticipa integralmente l’applicazione della disciplina antielusiva contenuta, beneficia del minor aggravio probatorio ivi previsto laddove, nell’indagine sulla propria compagine sociale, operato in presenza di conferimenti provenienti dall’estero), riscontri la presenza di fondi d’investimento regolamentati e localizzati in territori che consentono un adeguato scambio di informazioni.
Diversamente, qualora si ravvisi la presenza di un socio estero, anche di minoranza, residente in un paese non white listed, per ottenere la disapplicazione della disciplina antielusiva è necessario fornire contestualmente:
– le informazioni e la documentazione necessarie a dimostrare, in modo inequivocabile, la provenienza dei conferimenti da un soggetto residente in un Paese white listed al fine di ovviare alla mancanza di scambio di informazioni con il Paese non white listed;
– le informazioni e la documentazione necessarie a dimostrare l’assenza di fenomeni di duplicazione dell’agevolazione ACE.